“La criminalità, la corruzione non si combattono soltanto con i Carabinieri…”

Il discorso di Adriana Ugetti, presidente dell'Associazione Liberamente Insieme, durante il momento culminante dell'inaugurazione della casa confiscata alla mafia
Il discorso di Adriana Ugetti, presidente dell’Associazione Liberamente Insieme, durante il momento culminante dell’inaugurazione della casa confiscata alla mafia

Bardonecchia, 22/10/2016

Si è appena conclusa l’inaugurazione de “L’Alveare“, la casa confiscata alla mafia.

Mafia, come purtroppo ben si sa qualcosa di “più complesso e pericoloso” della semplice criminalità organizzata… L’immobile di Via Medail viene così trasformato in un punto di riferimento per l’educazione alla legalità. All’inaugurazione, organizzata molto bene dall’Associazione Liberamente Insieme di Bardonecchia, erano presenti rappresentanti dell’Associazione Libera, le autorità fra le quali il prefetto di Torino Renato Saccone e quanti a diverso titolo hanno reso possibile la nascita de “L’Alveare”.

Anziché fare la cronaca dell’inaugurazione, scegliamo di scrivere un ricordo di Giancarlo Siani, giovane giornalista ucciso dalla camorra il 23 Settembre 1985,  al quale la casa confiscata alla mafia è dedicata. Il ricordo è tratto da vari scritti e testimonianze, alcune reperibili proprio all’Alveare di Bardonecchia.

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GIANCARLO SIANI
(Gionalista, Napoli 13 Settembre 1959 – Napoli 23 Settembre 1985)
Quando si è giovani si tiene chiuso in un cassetto un sogno. Crescendo ci si impegna a dargli una forma, un nome, una realtà. Per Giancarlo Siani questo sogno è diventato una macchina da scrivere e battuta dopo battuta è diventato un giornalista. Succede a tutti di avere dei sogni, ma a pochi di realizzarli. Certo questo richiede impegno. Infatti Giancarlo già nel 1979 ha iniziato a scrivere su piccoli periodici “scuola-informazione” e “il lavoro nel sud e poi sull’osservatorio sulla camorra”, diretto dal Prof. Lamberti. Muoveva i suoi primi passi in una strada ancora tutta da vivere. Cercava le notizie, camminava per le strade, ascoltava e
osservava il mondo con la naturalezza dei suoi vent’anni, con gli occhi di chi il mondo lo vuole
scoprire. E poi scriveva, ma quelle pagine intrise di passione e di forza raccontavano verità che solo perché vere e reali erano troppo scomode. La sua tenacia gli ha aperto le porte del quotidiano “Il Mattino” per il quale è diventato corrispondente da Torre Annunziata, una di quelle terre di nessuno.
Giancarlo però non poteva accontentarsi dei piccoli successi che aveva già raccolto, ne desiderava altri perché realizzare un sogno non è cosa da poco, e ha scritto così oltre 900 articoli […]. Giancarlo ha scritto di camorra, malapolitica, malaffare, droga, muschilli (gli spacciatori, n.d.r.), brutture che ha raccontato con la voce di chi non vuole che il vuoto e il silenzio predominino. […]. La sua voce è ancora viva e il suo sogno, che lui purtroppo non è riuscito a vivere, è diventato quello di altri giovani.
Molti non hanno mai conosciuto Giancarlo, quest’opera da loro l’opportunità di conoscere un giovane come tanti, un giovane che amava la vita e che ha creduto nel suo sogno.
da Le Parole di una Vita – Gli scritti giornalistici di Giancarlo Siani dal 1979 al 1985
 giancarlo

La strage di Torre Annunziata

Nei primi anni Ottanta il clan Gionta aumentò la sua potenza e si alleò con i Nuvoletta per
comandare su Torre Annunziata. Inevitabilmente si svilupparono tensioni con gli altri clan della
zona, in particolare con il clan di Antonio Bardellino, e avvennero diversi episodi di crescente
violenza che culminarono il 26 agosto 1984 quando, in pieno giorno, un autobus giunse davanti al circolo dei pescatori di Torre Annunziata, dove spesso si riunivano gli uomini legati ai Gionta: ne scese un commando di 14 killer professionisti che aprì il fuoco, provocando 8 morti e 7 feriti. Il boss Valentino Gionta, obiettivo principale della spedizione, riuscì a sfuggire.
La strage di Torre Annunziata è ricordata per l’enorme violenza e si inserisce all’interno
delle faide camorristiche dell’epoca.
Giancarlo Siani in un articolo sosteneva che l’arresto del boss Valentino Gionta,
avvenuto nel 1985 nel territorio dei Nuvoletta, fu il “prezzo” pagato da questi ultimi per giungere alla pace con Bardellino dopo la strage di Torre Annunziata. L’idea di Siani
venne vista come un’offesa all’onore del clan e per questo egli venne ucciso. Fu colpito 10 volte in testa da due pistole Beretta 7.65. L’agguato avvenne alle 20.50 a pochi metri dall’abitazione nel quartiere napoletano dell’Arenella. Giancarlo aveva da poco compiuto 26 anni.
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23 Settembre 1985, il corpo di Giancarlo viene ritrovato dentro la sua Meari

Qualche passaggio di due scritti di Giancarlo. Parole sparse, potenti arrivano al cuore

Da sempre sono esistite e continuano ad esistere due categorie di giornalisti: i Giornalisti Giornalisti e i giornalisti impiegati. La prima è una categoria così ristretta, così povera, così “abusiva”, senza prospettiva di carriera, che non fa notizia, soprattutto oggi. La seconda, asservita al potere dominante, è il giornalismo carrieristico, quello dello scoop e del gossip, quello dell’esaltazione del mostro e della sua redenzione”. (Giancarlo Siani)

Tante volte avere il tesserino, che sia da pubblicista o da professionista, non fa di una persona un giornalista, nel senso che sovente ci si imbatte in pennivendoli sgrammaticati amanti del denaro e della notorietà facile.  Essere Giornalista è qualcosa di altro. E’ sentire l’ingiustizia del mondo sulla propria pelle, è schierarsi dalla parte della verità, è denuncia, è ricerca, è curiosità, è approfondimento, è sentirsi troppe volte ahimè spalle al muro, emarginato. Essere Giornalista significa farsi amica la paura e continuare sulla propria strada perché raccontando si diventa scomodi a qualcuno. Le parole, mi è sempre stato detto, feriscono più di mille lame, pungolano le coscienze, sono inviti alla riflessione e alla lotta, teoria che diviene prassi quotidiana di esercizio della libertà. Ma le parole possono, anche, se usate in maniera “criminale”, passare dei messaggi sbagliati, costruire luoghi comuni difficili da abbattere, discriminare, incitare all’odio, creare dei “diversi” da sbattere in prima pagina come il male assoluto, rendendo le nostre società sempre meno inclusive, transennate dal filo spinato dell’ignoranza e del razzismo”. (Giancarlo Siani)

Dedicato a tutti noi giornalisti, da rammentare.

Federico Acquarone

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