Le vie della montagna tra adventuring ed escursionismo…

di Alessandra Longo

In Olanda ci sono le spookwegen, “strade degli spiriti”. In Spagna le caňadas, tratturi sassosi. In Scozia i clachan, le vie della transumanza. Sulle Alpi occidentali sono le strade militari d’alta quota a segnare il territorio: un patrimonio paesaggistico immenso, 980 chilometri di strade carrozzabili, suddivisi in 537 itinerari. Tracce che incidono i crinali delle montagne e ne testimoniano la storia.

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Fuoristrada in sosta sugli sterrati del Seguret

Il passato lascia le sue tracce. Ed il presente? Saliamo nel Comune di Oulx sulla strada militare 79 costruita negli ultimi anni del XIX secolo per collegare i forti Fenil, Pramand, Föens e Jafferau. È una bella domenica di fine agosto: sopra di noi il cielo è d’un azzurro sorprendente. Un’altra sorpresa ci coglie nel rivolgere lo sguardo verso il cammino. Nella polvere solo tracce di pneumatici. E’ questa l’impronta che l’uomo oggi lascia sulla montagna?

Cosa direbbe il grande alpinista Albert Frederick Mummery? Per non lasciare segni di mezzi artificiali, nel 1880 rinunciò alla salita al Dente del Gigante e scrisse su un biglietto infilato nella roccia il motivo della rinuncia: “assolutamente impossibile con mezzi leali”. Ovviamente si tratta di una provocazione. Oggi l’accesso motorizzato alle vette è un fenomeno assodato: le strade d’alta quota rappresentano una delle principali vie di frequentazione dell’ambiente montano dell’Alta Valle Susa. Gli esperti del settore lo chiamano “turismo adventuring”.

A piedi, zaino in spalla, ci fermiamo ad un tornante e veniamo superati dalla prima carovana di possenti fuoristrada. Siamo sudati ed assediati da un nugolo di mosche. Ho dimenticato la maglia e su di un tallone si sta gonfiando una vescica. In salita balena sempre un pensiero. Se poi sei sorpassato a gran velocità l’interrogativo diventa pressante: “ma chi me lo fa fare?”.

I passi si fanno più lenti e il dislivello cresce. Il ritmo si cadenza. Il dubbio scompare. Ci sono innumerevoli modi di affrontare la salita. Lasciare un’impronta significa avere contatto diretto con la terra e percepirne l’immediata risposta. Solitamente, nelle stretegie di promozione turistica dell’ambiente alpino, l’escursionismo viene promosso quale accesso ecologico, green, slow, responsabile. Indubbiamente vero. Tuttavia bisognerebbe aggiungere a questa considerazione – ormai ampiamente recepita – anche l’aspetto conoscitivo, culturale, migliorativo non solo delle condizioni esterne, ma sopratutto del sè, della propria coscienza.

Cosa mi accade quando cammino? Le teorie sono innumerevoli e spaziano dalle reverie filosofiche alle attualissime scoperte delle neuroscienze. Il poeta inglese Edward Thomas pensava che i sentieri portassero impressi i “sogni” di tutti coloro che vi avevano camminato: solcare una traccia significa depositarne un’altra, in un continuo gioco di esperienze che si sedimentano sotto i piedi degli uomini. Nelle politiche turistiche questo aspetto non viene mai apertamente affrontato: il marketing prevale, inglesizza i termini (trekking, walking, ecc.) e l’esperienza montagna viene promossa per il suoi aspetti più ludici.

“L’adventuring” ci si palesa nuovamente quando siamo superati da due quad che si divertono a riconcorrersi. Li guardiamo con aria interrogativa. Il “mettersi in moto” ed il “mettersi in gioco” qui si sovrappongono. La salita diviene puro intrattenimento. Il territorio equivale ad un ampio terreno di sperimentazione. Ma di cosa? Di noi stessi, delle nostre potenzialità? O della potenza motore?

Sempre di più ci si affida a mezzi esterni, vere e proprie protesi del nostro corpo. Demandiamo il nostro sentire alla tecnologia. Ammiriamo il panorama attraverso lo smartphone. Calcoliamo la nostra resistenza con il braccialetto fitness. Intessiamo le relazioni personali principalmente attraverso social network. In un contesto così ricco, vero e prepotentemente coinvolgente com’è la montagna dovremmo osare di più: lasciare per un giorno la vettura in garage ed avere il coraggio di affrontare l’avventura più avvicente. La sfida con noi stessi per imprimere nei nostri segni i nostri sogni.

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Of(f)road go home: graffittaro rimandato in inglese, promosso in ecologia

Alessandra Longo

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