CAMBIA IL NOSTRO MODO DI ESSERE OCCITANI

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Intervista a Sergio Berardo, leader dei Lou Dalfin

Sergio Berardo è sicuramente uno dei musicisti di maggior successo della provincia di Cuneo, ed è ormai conosciuto nei circuiti di musica alternativa di tutta Europa. Da molti anni i suoi tour musicali lo portano ovunque, dalla Spagna alla Finlandia, e dappertutto ottiene un grande successo di pubblico, a dimostrazione, se ancora ve ne fosse bisogno, che la cultura e la musica Occitana hanno una dimensione ben diversa e maggiore di quanto spesso da noi si sia portati a pensare.

Arriva a casa mia per l’intervista con il suo adorato cane Wanda (“un po’ perché sembra avere il pesante trucco di Wanda Osiris, un po‘ per la Wanda di Paolo Conte – Wanda, mi abbracci forte e poi mi dai un bacio poi mi dici frasi che non mi avevan detto mai.. –”).

Il tuo amore per la musica e per l’Occitania sono nati insieme?

Non proprio, anche se sono quasi coincidenti. Nel 75 avevo 17 anni e già da qualche tempo ero interessato al folk italiano, quello mutuato dal folk revival americano, tanto per intenderci. Suonavo già la chitarra in gruppetto organizzato dal maestro Cardinali, quando Dario Anghilante mi chiese di suonare con lui. Accettai, e cominciammo ad esibirci in giro. Spesso con noi suonava il gruppo folcloristico di Sampeyre con Juan Bernard alla fisarmonica semidiatonica. A questo punto entro a far parte dei Sonaires Occitans, e mi avvicino gradualmente alla nazione Occitana.

Da che cosa eri rimasto affascinato, tanto da farne un motivo fondamentale della tua vita?

Io sono cresciuto a Torino, solo in seguito sono tornato a Caraglio. Appartenevo perciò a quella generazione di occitani senza radici e senza identità culturale e per me l’Occitania mitica è stata nella giovinezza un punto di riferimento non da poco: ho avuto la fortuna di sentire certi suoni, di venire a contatto con una realtà in un momento in cui non ero ancora adulto e in un momento in cui la percezione di quello che vedi e di quello che ti circonda è sempre trasfigurato, in un periodo d’inprinting, insomma. Un’altra delle conseguenze fondamentali di quel periodo, è stata la mia passione per la formazione di giovani musicisti, proprio perché volevo che anche a loro fosse garantito questo inprinting. La gente che comincia tardi a suonare rende pochissimo. Le realtà più interessanti, come Lou Seriol, sono nate proprio da un’attività iniziata molto da giovani, quando la tua coscienza e quindi la tua fantasia rimangono condizionati in modo indelebile.

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Musica e passione politica sono sempre andati quindi di pari passo nella tua vita.

Si, perché io credo che non si possa fare della musica occitana staccandola da un interesse per tutto quanto è occitano. Io non sono tanto tagliato per la politica, perché quello non è il mio mestiere, tuttavia quando vedo o sento un grande musicista provo un senso di rispetto, di attrazione, sensazioni veramente positive Quando io vedo un grande politico invece, di solito sento sempre dei grandi conati di vomito. Unica eccezione è Mariano Allocco, uno che non parla, ma che fa le cose e le fa giuste. Sta sprovincializzando la cultura occitana e dandole il respiro europeo che si merita.

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Un po’ quello che stai facendo tu con Lou Dalfin…

Si, ma di questo vorrei parlare dopo, perché il passaggio dal folk alla musica attuale del gruppo è stato lungo e travagliato. Mi sono formato tecnicamente sugli strumenti e sulle sonorità occitane perché ero attratto da queste sonorità, ma la musica che ascoltavo non era solo quella tradizionale, anzi. Non ho mai fatto finta di essere un pastore della vallata di 100 anni fa. Molte persone, soprattutto quelle che hanno una comunanza di storia con me, come quella della ricerca delle proprie radici, nel momento in cui scoprono una realtà come quella occitana, cosa fanno? Per dimostrare di essere veramente inseriti in questa realtà diventano degli ipertradizionalisti. Anch’io sono caduto in questo meccanismo, diventando un pasdaran della musica occitana, ma avevo 19 anni, e poi mi sono tolto la nata, come si dice. Non puoi ascoltare il rock e il punk e far finta di non averle sentite. E stato quindi normale che cercassi di tradurre questi miei sentire musicali nella mia musica. Nell’81 costituii un gruppo che si chiamava Ome Sarvage (ghironda, basso, batteria, e chitarra elettrica) e c’era un nutrito gruppo di persone che si prendevano il mal di pancia di venire ai nostri concerti solo per poterci insultare, perché mischiavamo la tradizione con dei suoni impuri. I tempi non erano maturi per questa operazione, quindi, per sfuggire al linciaggio, abbiamo messo gli strumenti nel cofano e abbiamo chiuso l’esperienza.

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A questo punto sei tornato alla musica tradizionale?

Neanche per sogno, arrendermi ai fondamentalisti occitani era l’ultima cosa che pensassi di fare. Ho fondato quindi Lou Dalfin prima maniera, senza mai trovare alcun aiuto dal mondo occitano tradizionale, anzi sempre molto osteggiato. E’ stato a questo punto che ho deciso di iniziare la mia attività didattica, per cambiare l’occitanismo dall’interno. I risultati si cominciano a vedere adesso, dopo 15 anni. Posso ben dire che quasi tutti i giovani che suonano attualmente nei gruppi sono stati miei allievi.

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Vuoi citarcene qualcuno?

Dunque, vediamo, ce ne sono talmente tanti… Lou Seriol, L’Oula, Lou Gai Saber, la Ratauere Bleu, L’Estoria Drola, Lou Viol, Lou Magnaut, Lou Rouvert, Lhi Sounaires de la val Maira, La Chalancho, e Mirabel.

Ora però l’atteggiamento del mondo occitano nei tuoi confronti è mutato, vuoi spiegarci cosa è successo?

Vorrei sottolineare che vi è stato un riconoscimento solo da una parte del mondo occitano, sebbene dell’altra non mi curi assolutamente, perché irrilevante sia dal punto di vista dei presupposti, (approccio alla materia, seguito e radicamento nelle vallate), sia dal punto di vista di una mia totale incompatibilità umana con alcuni santoni, non facciamo nomi.

Comunque il primo segno di cambiamento si è verificato nel 1990, da parte di Ousitanio Vivo, devo dirlo con onestà, prima che Lou Dalfin ottenesse tutto il successo che ha avuto. Il primo nostro concerto lo tenemmo al Silver Bar di Caraglio, quindi non certo con folle oceaniche. Era anche presente Dario Anghilante, che scrive un articolo su O.V. in termini elogiativi sulle scelte musicali del gruppo. Articolo accolto con una selva di lettere da parte di zucconi, fanatici, bigotti della fisarmonica diatonica. Questo è stato uno dei primi segnali di interesse e di apprezzamento nei miei confronti da parte dell’occitanismo, che poi si è allargato gradualmente, fino al successo dei nostri giorni.

Alla fine degli anni 80 fondo L’Arp, con due musicisti bravissimi, François Dujardin e Enrico Mignone, che adesso fa il Vigile Urbano, parentesi che si chiude subito dopo un applauditissimo concerto a Saint Chartier, tempio della musica tradizionale francese. Poi passo alla Chapa Roussa, uno dei più importanti gruppi musicali del folk, e faccio un’esperienza internazionale di concerti, dalle Canarie alla Finlandia, dagli Stati Uniti al Canada. Mi stufo però dopo un po’ di suonare musica piemontese, non tanto per la musica, ma per il giro del folk che ha una logica perversa, per cui tu prendi della musica da ballo, ne fai della musica da concerto e la presenti al pubblico di un’altra nazione e ne fai un diorama: non mi sembra tanto interessante.

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Lascio quindi quella concezione della musica folk e mi dico: bon, la musica è stata creata in un tal posto e deve vivere in quel posto. Però non mi interessava assolutamente suonare negli ambiti ristretti, e purtroppo il pubblico del giro occitano nelle vallate alla fine degli anni 80 era sempre lo stesso: se tu andavi a un ballo occitano sapevi già esattamente le facce che avresti visto, come se tu fossi andato a una riunione nella Sala del Tempio dei testimoni di Geova. Non mi interessava assolutamente suonare per queste persone, non solo per antipatia nei loro confronti, ma perché io faccio musica popolare. La musica popolare adesso è la musica da discoteca, il rock, le canzonette, i cantautori. La musica tradizionale occitana adesso non è musica popolare, a parte forse la valle Vermanagna, è musica per piccole élites, per piccoli giri. E allora ho cercato di presentare la musica in modo che non soltanto gli “avvertiti” potessero gradirla ed apprezzarla, inserendo degli strumenti che non fossero solo quelli tradizionali.

D’altra parte la musica da sempre si è evoluta così. Ti racconto un episodio che dimostra come quello dei bagonghi sia una categoria eterna: sulla stampa locale in Alvernia compare nella seconda metà dell’800 una lettera di uno studioso di musica locale che attacca la fisarmonica come uno strumento estraneo alla cultura locale. Adesso si difende la fisarmonica come strumento tradizionale, dimenticando che è stata brevettata in Austria. La musica popolare vive e si evolve sempre, anche negli strumenti: volerla imbalsamare significa condannarla a morire soffocata.

Ed è a questo punto che inizia il lavoro di Lou Dalfin. L.D. non è un progetto nato a tavolino, non è nato nella testa di qualcuno, ma è un fenomeno musicale che si è creato volta per volta, concerto dopo concerto, ballo dopo ballo, sul campo, con uno scambio energetico tra noi sul palco e il pubblico che balla o ascolta. Nasce in una situazione autentica, in una situazione reale. Un genere musicale, e la nuova musica occitana è diventata un genere, almeno nelle nostre zone, nasce così, in feeling profondo tra il pubblico e i suonatori. Lou Dalfin ha creato questo genere, ma soprattutto ha creato un’immagine dell’Occitania finalmente staccata dal vecchietto, dalla casa che cade, dal piangiamoci addosso, dalle geremiadi e dai pianti greci che hanno accompagnato la storia dell’occitanismo nelle nostre vallate. La gente c’è, ci sono i giovani, ci sono le energie, e bisogna partire da queste. Naturalmente con un rispetto profondo delle strutture delle danze, dei suoni e degli strumenti. Quello che cambia sono le parole, quello che cambia è il nostro essere occitani. Si pensi all’importanza che la musica irlandese ha avuto nel mantenimento della cultura e della identità locale. Ebbene Lo Dalfin, nel suo piccolo ha avuto questa funzione: far riscoprire l’orgoglio di essere occitani. Portiamo la musica nelle vallate, la portiamo fuori dalle vallate, la portiamo dove prima era impensabile: nelle discoteche; e se qualcuno storce il naso, perché vorrebbe rimanere nello spazio del buon selvaggio puro quel qualcuno vuole veramente la morte della nostra cultura.

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Rocca La Meja, una delle montagne icona delle Valli Occitane nel cuneese (foto: Michele Pellegrino)

Torniamo alla storia de Lou Dalfin

Primo disco ’92, prodotto con Occitania Viva, disco che ha venduto parecchio, soprattutto nelle vallate, e, bisogna sottolinearlo, senza alcuna distribuzione professionale. Il secondo, “Gibous, bagase e bandì” è stato distribuito dalla SONY, ed è il disco che ci fa uscire dalle vallate; vendiamo in tutto il nord Italia, ma soprattutto in Piemonte. Questo a causa della cattiva distribuzione, che ci ha molto penalizzati: il disco avrebbe potuto vedere molto di più, ma le case discografiche ragionano solo su grandi numeri, per cui siamo stati un po’ trascurati. Terzo disco un live registrato al salone della musica a Torino davanti a 5.000 persone, Radio Occitania Libra, in collaborazione con un gruppo basco, i Sustraya. Una fotografia sonora di quello che è Lou Dalfin, con i pregi e i difetti che hanno tutti i live. Adesso, a maggio, uscirà il quarto disco, sempre per la Sony, titolo Lo Viatge. Questo disco è un viaggio attraverso le nostre atmosfere musicali, più variegato nelle atmosfere, composto per il 30 % da musiche tradizionali riarrangiate e per il 70% di musiche composte da noi. Qualche testo è mio, qualcun altro è di Simondi, la musica nasce dal gruppo.

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Avete già presentato al pubblico qualcuno di questi nuovi pezzi?

Certo, proprio per il discorso che ti facevo prima, i nostri pezzi nascono anche dal rapporto con il pubblico: facciamo il contrario di altri gruppi, che prima fanno una serie di pezzi in studio e quindi li promuovono con un tour. Noi prima li creiamo e li affiniamo nei concerti, poi li inseriamo in un disco che pubblichiamo. In un pezzo, per esempio abbiamo registrato il pubblico che canta il ritornello di Se Canto in un nostro concerto a Vernante, lo abbiamo campionato al computer e inserito nel pezzo che compare sull’album. Dimostrazione pratica di come la gente sia una nostra componente essenziale. Questo disco è meglio dei precedenti, soprattutto per merito del nostro nuovo direttore artistico, uno svizzero che si chiama Heinrich Vogel, un tipo molto in gamba, che ci ha dato un po’ di metodo e di ordine, cosa che effettivamente al nostro gruppo è sempre mancata.

Avete in programma un tour per questa estate?

Si, ma è un tour particolare, perché si svolgerà soprattutto nell’Occitania francese, che da sempre è molto legata alla musica tradizionale. Portare in Linguadoca, in Delfinato e in Guascognia il nostro sound rappresenta per noi un successo molto importante, significa portare le nostre peculiarità sia come occitani, in questo caso transalpini, sia come gruppo che ha avuto una certa chiave di lettura della tradizione, sconosciuta, proprio, in Occitania francese.

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Il libro sui Lou Dalfin uscito qualche tempo fa

Ennio Pattoglio

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