“La Valle Stretta è un Sito di Interesse Comunitario. Al di là del fatto che si dovrebbe attuare una maggiore tutela, i comuni interessati avrebbero una grossa occasione. Potrebbero infatti accedere a fondi europei importanti per finanziare progetti di tutela ed educazione ambientale. Migliorando le condizioni di fruizione e quelle di chi ci lavora”

Il lago Bellety, uno dei tanti paradisi naturalistici della Valle Stretta
Il lago Bellety, uno dei tanti paradisi naturalistici della Valle Stretta

L’articolo che proponiamo è stato scritto da Luca Giunti, guardiaparco del Parco Naturale Orsiera Rocciavré e Riserve di Chianocco e Foresto, laureato in Scienze Naturali ed esperto di questioni ambientali.

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LUCA GIUNTI

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Il problema sollevato per la Valle Stretta è reale. Allo stesso tempo è un problema diffuso e comune ad altri contesti. A mia conoscenza, in altre vallate alpine simili ci sono situazioni altrettanto complesse. La problematica esiste e non è stata seriamente affrontata – né tanto meno risolta – nonostante lamentele, denunce e appelli. Si è tentato e si tenta di risolverla, con alterne fortune e provvedimenti stop and go mutevoli di anno in anno. In pochi casi è risolta con buona soddisfazione di molti.

Nei casi come Nevache alta Val Clarée, Val Genova in Trentino, molte strade turistiche in Svizzera, Austria, Germania ma anche in Slovenia e Croazia, oppure nei Parchi Orsiera e Gran Bosco con le strade dell’Assietta, del Colle delle Finestre e del Selleries, la soluzione è sempre quella di contingentare o vietare il transito automobilistico privato. Le condizioni possono variare (divieto assoluto, navette gratis o a pagamento, biglietto di ingresso molto salato, giorni alterni riservati alle auto da un lato e a bici e pedoni dall’altro). Ma la base non cambia: si considera il passaggio di auto e moto come un problema che va risolto.

Considerare il problema del traffico motorizzato come punto di partenza implica inevitabilmente una selezione virtuosa del turista. Chi è disposto a camminare e a sopportare qualche disagio in cambio di una migliore esperienza personale, tende a non lasciare rifiuti, a non accendere fuochi, a rispettare il territorio, ecc. Nel caso poi in cui ci sia anche un’offerta “culturale” stimolante  – l’accompagnatore naturalistico, la guida, il guardia parco, la disponibilità di prodotti locali o pasti tipici e a km zero – è pronto a pagare il prezzo (se ragionevole) di questo valore aggiunto per quella che viene percepita come una “esperienza qualitativamente superiore”.

Chi arriva in auto direttamente sul posto, non è completamente insensibile alle stesse offerte, ma normalmente preferisce non essere disturbato, vive la giornata in maniera autosufficiente, trasporta nel bagagliaio tutto ciò che gli serve, sia materialmente sia culturalmente.

Provando a coniare uno slogan: “usa e getta” contro “usa e rispetta”.

Bisogna aggiungere ancora che il primo modello di visitatore è pronto a ritornare e a parlar bene del luogo, se se lo merita. Mentre il secondo può cambiare posto e ritornare solo saltuariamente, perché tanto quella determinata valle non è così importante: ci sono tanti altri posti simili per fare pic-nic a buon mercato…

Tutto sta nella volontà sociale, politica, di spingere un cambiamento, di proporre un modello nuovo per qualche stagione e di valutarne laicamente i vantaggi e gli svantaggi. Se i primi supereranno i secondi, sarà giusto proseguire in quella direzione. Un piccolo esempio può venire dalla Strada dell’Assietta. Da qualche anno in Luglio e Agosto è chiusa ai mezzi motorizzati il mercoledì e il sabato. E’ ormai una soluzione abbastanza conosciuta e accettata. Può essere un inizio da seguire, nonostante le ovvie rimostranze di chi arriva da lontano e ignora la regola. Certo non basta e deve essere migliorata. Ad esempio, non sono previste navette.

La storia ci insegna che simili modifiche non hanno successo se imposte dall’alto, senza un adeguato dibattito e coinvolgimento di tutte le realtà interessate. E dev’essere ben chiaro che tale percorso non è comodo, anzi è disagevole, fonte di discussioni che toccheranno senz’altro aspetti che sembrano non c’entrare affatto con il problema messo sul tavolo. La gestione dei pascoli e degli alpeggi, le proprietà private e pubbliche, la fauna selvatica e i diritti di caccia e pesca, chi vigila su cosa, Tizio che però negli anni ha trasformato una tettoia in due stanze abitabili, Caio che lascia sempre liberi i suoi cani, Sempronio che ruba la legna ai vicini e lascia sporco davanti casa, ecc.

Il tempo lungo e sfiancante dedicato a queste assemblee sarà però un investimento che ridurrà i conflitti quando una decisione sarà stata presa e messa in atto.

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La Valle Stretta è inserita in un SIC (Sito di Interesse Comunitario) perché riconosciuta di rilevante interesse naturalistico dalla UE. Come tale, fa parte della Rete Natura 2000 (vedi http://natura2000.eea.europa.eu/Natura2000/SDF.aspx?site=FR9301499) che deve attuare le due Direttive basilari della politica ambientale comunitaria: la Direttiva Uccelli (1979) e la Direttiva Habitat (1992).

La loro applicazione negli anni presenta molte luci e altrettante ombre. Ma è opportuno sottolineare il cambio di paradigma che ha comportato anche a livello nazionale. Da un’impostazione strettamente protezionistica – tipica degli anni 60/70/80 anche se spesso declinata in maniera non rigida – si è passati ad una politica concentrata sui risultati e non sulle regole. Cioè: in un Parco e in un SIC è potenzialmente possibile concedere qualsiasi utilizzo, purché gli habitat e le specie indicati come eccellenze non subiscano danni ed anzi siano negli anni favoriti. Per questa ragione, in molti SIC, compresi quelli di Bardonecchia di Les Arnaud-Quattro Sorelle e Valle Fredda, non sono stati previsti regolamenti o divieti di sorta, perché gli habitat e le specie oggetto di tutela non sembrano correre rischi connessi alle attività umane. Poi, in realtà, la Commissione Europea chiede periodicamente conto all’Italia di cosa fa per monitorare e migliorare le condizioni dei SIC e spesso ci coglie in fallo.
(n.d.r. Il Comune di Bardonecchia per questi due SIC ad esempio dovrebbe effettuare maggiore controllo, dato l’afflusso di mezzi motorizzati fuoristrada a scopo turistico, in particolare moto da enduro di turisti dal nord Europa e moto da trial di turisti italiani).

Gli habitat e le specie inseriti nel SIC Valle Stretta, ad uno sguardo sommario, non sembrano essere particolarmente disturbati, anche se si considera l’intensa frequentazione estiva. Si pensa che in fondo, nei mesi invernali piante e animali sono relativamente tranquilli. Però gli habitat e le specie trarrebbero vantaggio da un utilizzo del territorio più dolce e rispettoso (utilizzo richiesto dal profilo di Sito di Interesse Comunitario). E quindi eviteremmo, noi o la Francia o insieme, il rischio di incorrere nelle procedure sanzionatorie dell’Unione Europea.

Ma il punto più importante, a mio avviso, è un altro.

La Rete Natura 2000 prevede non solo di studiare e proteggere, ma anche di divulgare agli abitanti e ai visitatori la conoscenza scientifica acquisita e l’importanza della tutela naturale.
In questo senso, facciamo abbastanza poco, non solo in Valle Stretta.

Per raggiungere questi scopi (ricerca, protezione e miglioramento, comunicazione) la UE mette a disposizione finanziamenti mirati. Spesso i fondi disponibili sono ingenti e molto spesso non vengono usati (l’Italia è maestra in questo).

Un progetto serio di riduzione degli impatti umani, di monitoraggio e didattica, presentato dai comuni interessati, magari con il sostegno di altri enti pubblici come Parco e Università, con partner privati come rifugisti e pastori, potrebbe partecipare ai bandi Life e Alcotra ed ottenere contributi di diverse centinaia di migliaia di euro. Non sono pratiche facili: richiedono impegno, competenze e conoscenza dell’inglese. E poi la UE è severa nel giudicare la documentazione fornita e soprattutto nel valutare le rendicontazioni annuali. Ma potrebbe rappresentare un forte stimolo a partire.

Luca Giunti

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