Taglio pini silvestri… continua

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“Attendiamo risposta…”
di Federico Acquarone

Lo scritto che qui pubblichiamo è stato inviato alla redazione di Valsusa Oggi, dove però al momento non è stato ancora pubblicato.

 

E’ passata una decina di giorni dalla mia lettera aperta a proposito del taglio di 120 pini silvestri della pineta di Bardonecchia.
Sinceramente mi sarei aspettato una risposta, anche breve. Certamente da parte del sindaco Borgis ma più in generale anche dal paese, da chi ad esempio in questo momento si sta preparando per le nuove elezioni amministrative (le tre liste in campo).
Come ho scritto, è probabile che per alcuni questo esempio di non rispetto dell’ambiente che compone il nostro territorio non sia di particolare rilevanza. In parte condivido, ci sono questioni più gravi (direi, purtroppo più gravi).
Credo però che la nostra pineta tagliata sia uno spunto importante per riflettere sulle nostre abitudini. Quelle attive, quelle di chi fa (e disfa). E quelle passive, quelle di chi lascia fare (e lascia disfare).
Il nostro territorio non è solo il risultato delle azioni buone e cattive di chi ci amministra, di chi ha fette importanti di responsabilità pubblica, delle cosiddette politiche (sia che provengano dalle istituzioni locali, da quelle regionali, da quelle nazionali o perfino europee). Come non è solo il risultato degli interessi dell’economia privata, delle imprese con scopi di profitto. E’ anche il risultato di tutti gli atti e discorsi nella nostra vita quotidiana. Quelli di ognuno, anche nel piccolo. La responsabilità di un territorio “maltrattato”, di conseguenza anche poco “attraente” per il turismo, è certamente collettiva, tutti siamo coinvolti. Si sia partecipato o meno alla sua costruzione (o al suo maltrattamento).
Inoltre ritengo che come dovrebbe essere qualsiasi periodo di campagna elettorale, anche questo di Bardonecchia sarebbe bene fosse un momento di forte riflessione ed elaborazione e un punto di progettazione di percorsi nuovi, moderni, efficienti, efficaci. Troppo spesso, nella nostra cultura occidentale della politica, le campagne elettorali sono un teatrino delle grandi promesse (poi quasi mai mantenute), dei grandi proclami d’intenti, delle filosofie e delle frasi ad effetto. E peggio ancora delle schermaglie di posizione, delle tattiche politiche e dei rapporti di equilibrio (o scontro) fra interessi economici e politici. Molti sforzi nella ricerca del consenso, poca se non nulla la sostanza, la concretezza.
Chi si limita a fare da semplice spettatore di questi teatrini (gli elettori, i cittadini), sinceramente non è da meno. Nel migliore dei casi regna lo sconforto, il senso di impotenza, la critica espressa nel privato, l’incapacità a prendere il ruolo che ogni cittadino ha e deve avere: quello di partecipare e contribuire alla progettazione e alla realizzazione della convivenza comune. Sostanzialmente, dunque, anche chi si ritiene disilluso o disgustato dalle politiche in campo (o dalla politica) e abbandona il proprio ruolo attivo, non fa che mettersi alla stregua di chi se ne frega o di chi usa la politica in modo scorretto.
Dunque perché non prendiamo una posizione? Una semplice posizione che spieghi il nostro pensiero su una semplice questione di interesse comune. Che dica cosa avremmo fatto se fossimo stati al posto del Sindaco Borgis e della sua giunta nell’atto di decidere se, dove e come costruire il campo di calcio tagliando 120 pini silvestri.
Non è una cosa complicata, anche se l’amministratore competente potrebbe volerci dimostrare che non è così semplice in realtà (burocrazia, vincoli, permessi, etc).
Mandiamo una lettera al sindaco, un semplice sms, facciamo una raccolta di firme, organizziamo un incontro pubblico per parlarne? Qualsiasi buona idea, purché concreta e tangibile, in un clima di confronto e non di scontro.
Se la comunità manifesta una tendenza, culturalmente ed eticamente sostenibile, la politica DEVE tenerne conto. Così deve funzionare. Ed anche ammesso che non funzioni quasi mai così, non ci si deve abbattere, non si deve voltare le spalle in segno di resa. Si deve insistere e si deve in qualche modo riportare la politica a quello che è il suo ruolo primario. Garantire e amministrare l’interesse pubblico nell’interesse pubblico, rispettando valori e principi condivisi e universali.
Non è mai simpatico fare e sentirsi fare “lezioni di etica pubblica”. Tutti abbiamo una sensibilità, delle idee e dei valori che riguardano la sfera collettiva.
Ma onestamente si continuano a vedere ovunque troppi atti che vanno in direzione opposta.
Abbiamo un paese (ed una valle) dalle grandi potenzialità. Ma dobbiamo interrompere questa catena di errori, riluttanze, di atteggiamenti sostanzialmente negativi, perdenti.
Abbiamo un paese (ed una valle) che sono in qualche modo al centro dell’Europa. Esagero un po’ ma si pensi ad esempio al tunnel del Frejus, ferroviario e autostradale, alle vie di comunicazione privilegiate e veloci, al fatto che pochissimi luoghi delle Alpi sono così avantaggiati sotto questo punto di vista.
Perché dobbiamo vedere e usare tutto questo solo in forma (sostanzialmente) distruttiva? Perché dobbiamo concepire i nostri territori come luogo di appropriazione da parte di interessi poco se non per nulla rispettosi? Perché non far leva sulla nostra possibilità di essere visti e raggiunti per offrire qualcosa di davvero nuovo e moderno? Qualcosa di universale, come lo è una montagna rispettata e autentica.
Questa modernità, lo sappiamo, non passa certo dal taglio di 120 pini silvestri per costruire un campetto di calcio a 7.
Né da lì né da qualunque altro esempio dove si tenga conto del territorio solo in quanto funzionale ad interessi economici forzati e sovralimentati.
Ripeto, la montagna è sempre stata e sempre sarà il capitale dal quale partire e al quale tornare. Il circolo in questo caso è soltanto virtuoso!
Azzardo nel finale una proposta pratica: chiediamo al sindaco Borgis, ai membri della giunta e del consiglio comunale, a tutti i componenti delle liste in campagna per le amministrative di Bardonecchia di incontrarsi come cittadini fra cittadini e parlarne per uscirne con un atto pratico che vada in controtendenza. Non lo dobbiamo solo ai 120 pini tagliati. Lo dobbiamo a tutti noi, lo dobbiamo alle nostre montagne.
Basta poco alle volte.

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